Logo
.
...Data venerdì 4 aprile 2025
...Visite ad oggi 1028528  Visitatori
Logo
 

Ambito di Ricerca:Personaggi e biografie
   
Papà Attilio,
nei miei ricordi
 

 

 


Essi iniziano con la mia fanciullezza, a partire dal 1948, quando eravamo una famiglia di 7 persone, tra cui 5 figli: io il più piccolo di 6 anni, mio fratello Pippo di 10 anni, mia sorella Serafina di 15anni, mia sorella Anna di 17 anni, mio fratello Matteo di 18 anni. Papà e Mamma, rispettivamente di 47 e 45 anni.



Dal punto di vista lavorativo, era eclettico, sapeva di pasticceria, di conduzione agraria, di commercio cerealicolo. Un uomo di discreta cultura, forte dei suoi studi elementari superiori (classe sesta), sapeva scrivere correttamente e in bella grafia. Sapeva controllare il tratto del disegno, e per questo interveniva, su richiesta delle figlie, a tracciare le figure di ricamo nel loro corredo di nozze.



Non era molto erudito; si limitava a leggere il Giornale di Sicilia e qualche romanzo, tra quelli più popolari, fatta eccezione per “I miserabili” di Victor Hugo. Mi ricordo che amava leggerlo in sequenze giornaliere, alla presenza della famiglia riunita attorno a sé, nelle ore serali, talvolta al chiarore del lume a petrolio, d'inverno, quando mancava la corrente elettrica.



Il suo aspetto era di persona di taglia media, seriosa e burbera in apparenza, propria della stirpe di un ramo dei Guccione di Alia; altezzoso per una certa presunzione di distinzione di casta. L'apparenza, tuttavia, non era rispondente alla sua intimità sentimentale, specialmente all'interno dei rapporti familiari e parentali: sorprendeva la gentilezza colloquiale con persone di cosiddetto ceto “inferiore”, abituate storicamente ad atteggiamenti di ingiustificata soggezione a chi si fregiava dell'appellativo del “don”.



Don Attilio, per le sue caratteristiche di uomo non violento e fondamentalmente buono, era rispettato ed ossequiato...al di fuori della consueta prassi insincera e astiosa da parte delle classi contadina e operaia in auge a quei tempi, fino agli anni sessanta. (risuonano ancora nelle mie orecchie le espressioni “ 'ssa benedica”, “baciu li manu”. Non amava parlare di politica, anche se lasciava trasparire, in privato, una certa tendenza verso l'ideologia socialista, anche in virtù dei trascorsi di dichiarato schieramento al partito dei fratelli e di una parte del parentado, ai tempi del fascismo.



Certamente, però, questa antica vocazione politica della famiglia e il rifiuto all'iscrizione al partito fascista gli creò una pregiudiziale negativa all'assunzione di cariche pubbliche in uffici statali amministrativi, a cui avrebbe potuto accedere con il titolo di studio valido in suo possesso (all' Ufficio postale, per esempio).



Uomo eclettico, di spirito originale e di iniziative coraggiose, non sempre accompagnate da adeguate riflessioni di sana gestione. Così svolse diversi mestieri nell'arco della sua vita fino all'età del pensionamento a 74 anni: prima, coltivatore diretto; poi, pasticcere; poi, commerciante di cereali e mandorle; poi, amministratore di latifondo; poi, imprenditore in una società a nome collettivo nel ramo dell'industria per la molitura del grano, la pastificazione e l'industria olearia; poi, ancora imprenditore agricolo per l' aratura meccanica in conto terzi di parte del territorio aliese; infine, affittacamere con servizio di pensione familiare, coadiuvato dalla moglie Mommina.



Una vita fatta di coraggio, in cui si alternavano periodi di esaltazione, di orgoglio per le iniziative intraprese e periodi di delusione per il mancato successo delle stesse, da attribuire, secondo lui, alla mala sorte. Probabilmente, a parte questa sua convinzione, ci furono altre cause che lui non avrà saputo cogliere, studiare in una lettura più attenta del tessuto sociale e politico del suo paese e dell'evoluzione dei tempi. Forse gli mancò una grinta di furbizia da applicare ai rapporti commerciali e imprenditoriali.



Agli inizi degli anni '50, sofferente di calcoli renali, fu sottoposto ad intervento chirurgico in una clinica di Palermo. Il decorso della convalescenza, mi ricordo, fu lungo a causa di uno stato febbrile che durò per alcuni mesi. Ricordo che il fratello Pasquale gli mandava dall'America gli antibiotici che ancora in Italia non si trovavano. Successivamente, io papà e mamma passammo un periodo di vacanza a Termini Imerese, presso il Grand Hotel delle Terme.

Fu una parentesi estiva di cui ho ancora vivi e piacevoli ricordi; il mercato ortofrutticolo di Via Verdura; i pomeriggi trascorsi, di tanto in tanto, ai giardini della Marina, tra passeggiate, coni gelati e, per me, giri in bicicletta, con la mia cara ed inseparabile bicicletta, donatami dallo zio americano, venuto in Sicilia. E pensare che fino a quell'età (7 anni) non avevo mai visto il mare. Per me, quella vacanza, fu un'esperienza elettrizzante.



Di mio papà pasticcere, esercente di esercizio commerciale, non ho alcun ricordo; invece ricordo tutte le specialità che lui faceva in privato: i bignè, le pecorelle di pasta reale, nel periodo pasquale, le cassate, i cannoli, i dolci di Natale con ripieno di mandorle o di fichi e uvetta, i tetù e catalani, i biscotti Umberto, gli amaretti, i moscardini (...”ossa di morti”)...etc

Si raccontava, a proposito, che lui avesse avuto, da pasticcere esercente, il laboratorio nella casa paterna, dove c'era un forno che funzionava con alimentazione a petrolio. Mi ricordo di aver visto personalmente, ormai in disuso, tale apparecchiatura. Ne faccio cenno, per avvalorare la sua intraprendenza innovativa, pur criticandone, col senno di poi, la decisione del suo utilizzo: assolutamente inidonea per l'odore che sprigionava e per la difficoltà della fornitura del combustibile, non disponibile in loco.



Di altre sue attività svolte, ricordo quella di contabile sia nel molino a pietra, accanto a quello a cilindri nel nuovo stabilimento della società Castellana &Vallone, sia nel dirimpettai oleificio. Ne ho vivo ricordo perché, giornalmente, era mio compito portargli una porzione del pranzo che si preparava in casa per tutta la famiglia. Altrettanto facevo per mio fratello Pippo che, ancora adolescente, lavorava nello stabilimento: ora come addetto al molino, ora al pastificio, ora all'oleificio.



L'ultima sua esperienza lavorativa, quella di albergatore/ristoratore, fu una sua invenzione, costretto dalla necessità di sbarcare il lunario, in tempi in cui doveva provvedere al mio sostentamento come studente fuori sede e alla sistemazione di mia sorella Fina e di mio fratello Pippo.



Sistemazione avvenuta col matrimonio di entrambi, rispettivamente nel '57 e nel '60. Per quella mia, si dovette aspettare l'inizio della mia carriera di insegnante nel '69. A pensarci, ora, mi sento in debito con lui e con mia madre per la vita sacrificata a quel lavoro domestico, fatto con tanta umiltà e perseveranza, dimentichi dell'alterigia avuta in tempi lontani. Senza alterigia, è vero, ma con dignità e civile distinzione nel confronto di tanta gente ospitata.

Papà, nonostante il carattere chiuso e l'espressione burbera, come si è già detto, era di animo nobile e sentimenti affettuosi verso tutta la sua famiglia, in particolare verso la sua Mommina e le sorelle, prima residenti nella casa paterna e poi, in seguito all'infortunio di Carolina, in casa nostra. Dopo la morte della sorella e il trasferimento a Lercara Friddi con Papà e Mamma, la zia Concettina trascorse gli ultimi anni della sua vita, seguita con tutte le dovute attenzioni dal fratello e dalla famiglia di mia sorella Fina.



Papà mantenne, nel tempo, un ruolo egemone nella guida della famiglia; le decisioni erano sempre le sue, la mamma nella sua infinita bontà, ostentava atteggiamenti di remissività e di soggezione, conoscendone il carattere irascibile. In verità, un pò tutti ne avevamo soggezione, soprattutto per quel senso di rispetto che si portava alle persone anziane. Mi ricordo che, nonostante il graduale avvento dei tempi moderni, noi figli continuammo a dare del “voi ” (“vossia”, in dialetto) sia ai nostri genitori sia alle zie paterne e materne.



La mia autonomia decisionale iniziò a maturare al tempo degli studi universitari e della esperienza di studio-lavoro in Germania, per proseguire con la carriera scolastica in Sardegna e in Veneto. Con il mio matrimonio in Veneto, certamente delusi le sue speranze di avermi ad Alia, accanto a sè e alla mamma.



Nella mia decisione di vivere la mia vita lontano dalla Sicilia, confesso di essere stato egoista, ma da molto tempo ne vagheggiavo l'idea, in coerenza con la mentalità propria della mia personalità, sensibile alle esperienze sociali fatte all'Estero, agli ideali della formazione culturale liceale che mi vedeva intollerante di condividere una società siciliana nella quale non mi riconoscevo, per via delle pochissime opportunità che offriva, delle ingiustizie classiste, del malaffare, in genere.



Di carattere introverso e taciturno, non confidò a nessuno la sua grande pena nell'affrontare la questione della requisizione del trattore, di cui non era riuscito a pagare l'ultima rata di 400 mila lire, somma utile al saldo del suo debito, che gli avrebbe garantito l'intera proprietà del mezzo. Naturalmente non potè cercare tale somma dai suoi vecchi “amici” della società di cui non faceva più parte, essendone uscito per tentare l'avventura come imprenditore agricolo. Potè farlo, invece, da chi riteneva ci potesse essere disponibilità: parenti stretti del genero Sebastiano, o qualche amico abbiente. Ma non ci riuscì.



La troppa fiducia nel prossimo lo tradì e, successivamente. gli mancò il tempo per tentare altre vie. Dal punto di vista religioso, era un agnostico, ciò nonostante, non interferì mai nelle altrui espressioni di fede. Come si soleva dire, era un mangiapreti, spinto in tale atteggiamento dall'esempio cristianamente poco edificante che il clero, allora, dava. Non riuscì a distaccarsi da questa misera fenomenologia e ad elevarsi su piani teologici di ricerca che gli avrebbero aperto orizzonti di comprensione e di fiducia. Da uomo corretto, onesto e integerrimo verso tutti, qual'era. forse la sua cristianità la manifestò nelle opere, contrariamente a coloro che, pur apparendo devoti e pii, non brillavano di onestà e di bontà verso il prossimo.



Nato e cresciuto nel suo paese, mal sopportò il trasferimento a Lercara in un appartamento al terzo piano di un immobile, con l'unico vantaggio di essere relativamente vicino alla famiglia della figlia Serafina. Lì, assieme alla mamma e alla zia, trascorse gli ultimi anni della sua vita in una struggente nostalgia per Alia, confessata a viva voce alla moglie qualche giorno prima del suo decesso. Se ne andò con l'animo sereno di aver accompagnato alla di lei fine, con devozione e cura, la sorella Concettina. La mamma le sopravvisse per altri dieci anni in casa di mia sorella Anna, a Termini. Entrambi sono sepolti nel cimitero di Lercara, nella cappella intestata a mia sorella Serafina.
Sia pace alle loro anime !

 

 

 
     
Edizione RodAlia - 10/03/2025
pubblicazione consultata 42 volte
totale di pagine consultate 942358
Copyright 2008- Ideazione e Coordinamento di Romualdo Guccione - Realizzazione tecnica del sito di Enzo Callari -